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Royalty uva, Stea: legge contro i contratti capestro in Puglia
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Nr.: 4791 del
Agricoltura

Royalty uva, Stea: legge contro i contratti capestro in Puglia


“La Puglia dell’uva da tavola sta diventando una colonia israeliana, californiana o cilena. Per produrre determinate varietà versiamo vere e proprie royalty ai Paesi d’origine. Ma ci viene anche imposto di vendere il prodotto solo a determinati soggetti. E, nel caso in cui quest’ultimo impegno viene violato le viti possono anche essere tagliate».
E’ la denuncia del consigliere regionale pugliese, Gianni Stea che annuncia una proposta di legge “che sarà presentata in modo bipartisan, con il contributo del collega di Sinistra italiana, Mino Borraccino e di tutte le forze politiche cui sta a cuore la salvaguardia dell’agricoltura pugliese”.
“L'utilizzo delle nuove e pregiate varietà si scontra con la tutela dei diritti d'autore. Per poter coltivare alcune delle nuove varietà californiane o israeliane, per esempio, è infatti necessario sottoscrivere un contratto con grandi vincoli, pagare royalty, vendere e commercializzare l’uva solo attraverso gli uffici centralizzati della società detentrice del brevetto vegetale. Queste condizioni - per il consigliere regionale pugliese - non sono accettabili dai produttori italiani, e pugliesi in particolare, abituati a coltivare e commercializzare liberamente. Le condizioni imposte dai possessori di brevetto vegetale sono quindi ritenute limitative della libertà dell’imprenditore e riduttive per il reddito. In pratica, si riconosce il diritto delle società ad esigere quanto gli spetta per la costituzione e proprietà delle varietà, ma tutto questo deve avvenire una sola volta e senza interferire poi nel proseguo dell'attività imprenditoriale”. Stea si rivolge al presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, “affinché con l'assessore all'Agricoltura Di Gioia e il dottor Nardone si valutino nuove strategie per liberare la Puglia da tale giogo. Da qui l’iniziativa, già in fase avanzata, della proposta di legge che possa fare da apripista ad una più ampia normativa nazionale. Considerando il nostro territorio e come questo è strutturato, crediamo che la cosa migliore da fare sia lasciare libero il produttore di vendere a chi, di volta in volta, ritiene più opportuno evitando che si possano esplorare un limitato numero di canali commerciali”.
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